Kiko: quando da un fallimento nascono nuove idee e nuovi progetti, anche di successo

kiko

Capita, a volte, che una start up abbia un destino segnato fin dall’inizio perché l’idea di partenza, semplicemente, non è un granché. Capita anche che chi ha avuto questa idea abbia l’intuizione di chiudere prima che sia troppo tardi e, anzi, usare la fine di un’avventura per iniziarne un’altra con esito decisamente migliore. È il caso di Kiko.

Kiko nasce nel 2005 da un’idea di Justin Kan ed Emmet Shear, due imprenditori internet che si sono conosciuti durante gli studi a Yale, dove entrambi si sono laureati. Il progetto consiste nel creare un vero e proprio calendario on line, realizzato con Ajax, strumento messo a disposizione per codice javascript, facile da utilizzare e gratuito, che dia la possibilità di accedere da dispositivi mobili e di poter condividere i propri impegni con altri contatti. Insomma, tutte quelle cose che facciamo quotidianamente anche con Google Calendar. Continue reading

Bebo: da una valutazione di quasi 1 miliardo di $ al fallimento in solo 3 anni

Bebo - Social network inglese

Bebo deve il suo nome a quattro parole: Blog early, blog often… Ecco, diciamo pure che l’unica cosa che è successa “often” a questa startup è stata essere venduta e ricomprata! Sarà Il troppo frequente cambio di dirigenza o, ancora una volta, la mancanza di originalità, in ogni caso anche Bebo si è visto costretto a presentare istanza di fallimento secondo il Chapter 11. Cosa è mai successo a questo social network che solo qualche anno fa contava 40 milioni di utenti? Scopriamolo insieme.

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SpiralFrog: l’anti iTunes? Ma vah, 40 milioni di $ bruciati in 4 anni!

SpiralFrog

Rimango sempre impressionato e stupito quando leggo  degli enormi finanziamenti che certe aziende riescono a raccogliere.

In questa realtà oltre 40 milioni di dollari, raccolti tra prestiti e finanziamenti. Tutti bruciati in soli quattro anni di vita. Da potenziale killer di Itunes a vittima di una faida interna: così può essere sintetizzata la storia di SpiralFrog.

Questa startup, con sede a New York, venne lanciata da Joe Mohen nel mercato statunitense e canadese nel 2007 con un obiettivo: fornire un servizio di download di musica, legale e gratuito, supportato dalla pubblicità sotto forma di banner. Il suo utilizzo era soggetto a delle restrizioni; i brani scaricati, infatti, erano DRM-protected, potevano, cioè, essere ascoltati solamente sul pc dell’utente che aveva fatto il download, non erano riproducibili su nessun altro dispositivo e non si potevano masterizzare. Per continuare ad usufruire di SpiralFrog, si doveva visitare il sito e scaricare una canzone almeno una volta ogni 60 giorni. I brani, inoltre, erano disponibili “a tempo determinato” per un massimo di due mesi.

Frog

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Imprenditori seriali? Tanti successi ma…. anche flop clamorosi

Alice.com bankrupt

Nameprotect, Jellyfish, BizFilings. No, non sto dicendo parole a caso, sto solo elencando alcune delle startup create e poi vendute da Brian Wiegand, un personaggio da manuale che potremmo quasi definire un “imprenditore seriale”. A questa lista di società si sarebbe dovuta aggiungere anche Alice.com, una piattaforma di vendita al dettaglio di prodotti per la casa. Questa volta, però, la ricetta del successo di Wiegand non ha funzionato e la startup è fallita. Vediamo il perché.

Alice

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Fab: come un social network per gay si è trasformato in un sito e-commerce da un miliardo di $, poi andato in pezzi

Fab

Si sono abbattute in questi ultimi giorni brutte notizie su Fab, la combattiva startup di e-commerce: l’azienda tramite e-mail ha comunicato a molti suoi dipendenti di non presentarsi al lavoro oggi, probabilmente prima degli ultimi licenziamenti di cui si vociferava la scorsa settimana a New York City. La società taglierà tra 80 e 90 posti di lavoro solo a New York, lasciandovi una squadra di una trentina di dipendenti e, globalmente, circa 200 persone. Cioè una notevole riduzione rispetto ai 700 dipendenti di meno di un anno fa.

Questa fulminea spirale verso il basso si misura con l’ugualmente rapida ascesa della società: a un anno dal lancio aveva raccolto 172 milioni di dollari ed era vista come il bambino prodigio nel mondo dell’e-commerce. Guardando indietro, la storia è abbastanza incredibile.

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Azienda o .. campeggio?!? Il caso Shnergle

Shnergle

Shnergle: sapete cosa vuol dire? Io no. Potete intuirlo? Io no.

Robert Tregaskes e Johnny Bull, due imprenditori inglesi, sostengono però che il termine è ben noto ad oltre 10.000 militari inglesi. E questo, secondo loro, lo rende un ottimo nome per una startup. Peccato che il progetto dei due con i militari non avesse niente a che fare. Che dire? Epic fail fin dal principio.

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Gli imprenditori migliori imparano dai propri fallimenti. Il caso Untitle Partners

Untitle Partners

Non tutte le startup fallite lasciano l’amaro in bocca ai loro fondatori, anzi. Ci sono casi in cui la fine di un progetto ha molto più da insegnare della sua stessa realizzazione. È il caso di Untitled Partners e del suo fondatore, Jordan Cooper che, dalle ceneri della sua creatura, ha ricavato una vera e propria lezione di vita e di business, riproposta da lui stesso in un post sincero, serio e ricco di spunti.

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